Paolo Rossi torna a Milano al Teatro Menotti con la sua ” Operaccia Satirica “

Paolo Rossi torna a Milano con la sua “Operaccia Satirica”: ironia, memoria e improvvisazione al Teatro Menotti
Dal 24 al 29 marzo il Teatro Menotti accoglie, in prima milanese, Operaccia Satirica. Onora i padri e paga la psicologa, nuovo capitolo del percorso artistico di Paolo Rossi. Uno spettacolo che si muove sul crinale tra teatro di parola, musica dal vivo e improvvisazione, confermando la cifra stilistica di un artista capace di attraversare il presente con sguardo critico e profondamente ironico.
Sulla scena, Rossi è affiancato da Caterina Gabanella e dai musicanti Emanuele Dell’Aquila e Alex Orciari, presenza stabile e parte integrante della drammaturgia. Insieme costruiscono un dispositivo teatrale fluido, senza rete, dove racconto autobiografico e invenzione si intrecciano continuamente. Il punto di partenza è dichiaratamente personale: un comico in terapia con la propria psicologa che, davanti al pubblico, decide di mettere in scena le proprie fragilità, i lati oscuri e il rapporto — reale e romanzato — con i maestri che ne hanno segnato il percorso.
Rispetto alla versione presentata nella scorsa stagione, questa nuova “operaccia” evolve verso una forma ancora più libera e imprevedibile. L’improvvisazione diventa strumento centrale: il passato viene continuamente riscritto sulla scena per interrogare il presente, in un gioco di rimandi che coinvolge direttamente gli spettatori. Anche l’elemento economico entra nella narrazione, con una dichiarazione ironica ma tutt’altro che marginale: l’incasso servirà a pagare la psicologa e a saldare debiti, trasformando una necessità concreta in materiale drammaturgico.
Alla base del lavoro c’è una riflessione sul potere del racconto. «Chi è capace di narrare storie ha il potere di governare il mondo», afferma Rossi, sottolineando come la narrazione possa agire tanto su scala collettiva quanto nelle dinamiche più intime. Le “operacce satiriche” nascono proprio da questa consapevolezza: un laboratorio creativo in cui i grandi classici della letteratura vengono deformati e trasformati in composizioni grottesche, mentre frammenti di vita vissuta vengono rielaborati in poesie comiche che, grazie alla musica, si fanno canzoni popolari.
Il linguaggio è volutamente irregolare, ricco di storpiature, contaminazioni e suggestioni, ma sempre accessibile. Ne deriva una forma espressiva ibrida, capace di mescolare registri alti e bassi, riflessione e leggerezza, senza mai perdere il contatto con il pubblico. In questo spazio scenico instabile e vitale, la risata diventa un dispositivo di orientamento: un modo per attraversare il senso di smarrimento che caratterizza il presente.
E proprio nello smarrimento si individua, paradossalmente, una possibile direzione. Perdersi nelle storie — cantando, ridendo, ballando — diventa allora un gesto necessario, quasi politico. Perché, come suggerisce lo stesso Rossi, è attraverso il racconto condiviso che si può tentare di ritrovarsi.
Uno spettacolo che, tra confessione e invenzione, mantiene una promessa semplice e radicale: far ridere e molto.
